Sasso nello stagno 22 febbraio 2018

Rebus euro/dollaro: quali implicazioni per l’export Made in Italy?

Le aspettative sulla parità del cambio euro-dollaro non si sono verificate. Il cambio euro/dollaro è uno dei fattori capaci di influenzare l’export italiano verso gli Stati Uniti, ma vi sono alcuni buoni motivi per non preoccuparsi troppo dell’apprezzamento dell’euro.

Dopo una fase prolungata di apprezzamento, iniziata nel 2002 e che ha visto il proprio picco (1,60) nel mezzo della crisi finanziaria, nel 2015 l’euro si è fortemente deprezzato rispetto al dollaro, prevalentemente per effetto della divergenza tra le politiche monetarie della Fed e della Bce. Nel 2016, il cambio è rimasto, in media d’anno, sui livelli del 2015 (1,11) e ha chiuso al 31/12 a 1,05 (Figura 1). Le attese per la fine del 2017 di diversi analisti erano in direzione di un raggiungimento della parità; ciò era giustificato da una serie di aspettative, le quali, o non si sono verificate, o lo hanno fatto con un’intensità inferiore al previsto.

 

 

Il cambio nel 2018: fattori al rialzo e al ribasso

La recente retorica dell’amministrazione americana ha favorito un ulteriore indebolimento del dollaro (1,22 la media di gennaio). Nelle ultime previsioni di Consensus per la fine di gennaio 2019, il valore che ricorre più frequentemente tra le stime degli analisti è pari a 1,28. Vi è però una serie di fattori che potrebbe influenzare l’andamento del cambio. Tra i fattori al rialzo, vi sono, una riduzione del ritmo di crescita degli Stati Uniti (nonostante la riforma fiscale di Trump) e su questo peserà l’esito delle elezioni di midterm, l’eventuale uscita dal Nafta e le future scelte della Fed. Tra quelli al ribasso, invece, una riduzione del ritmo di crescita dell’Eurozona e l’incertezza politica in diversi Paesi europei.

 

 

Intanto il 2017 è stato un anno da record per l’export Made in Italy negli Stati Uniti

Il cambio euro/dollaro è uno dei fattori capaci di influenzare l’export italiano verso gli Stati Uniti. L’incremento delle vendite di beni verso il mercato americano osservato nel 2015 (+20,9%) ne è una dimostrazione. Tuttavia, nonostante l’apprezzamento registrato nel 2017, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono aumentate di circa il 10% nell’anno appena conclusosi, superando i 40 miliardi di euro. Va però ricordato che gli effetti del cambio possono essere ritardati nel tempo, mentre la forte crescita della domanda interna statunitense ha subito fornito il suo contributo.

 

 

export-ita-usa-cambio-euro-dollaro

 

 

Un export più flessibile e più resilient

Vi sono alcuni buoni motivi per non preoccuparsi troppo dell’apprezzamento dell’euro. Almeno fino a una certa quota. La “soglia del dolore” per le nostre imprese infatti sembra essere aumentata (1,30 secondo Oxford Economics). Tuttavia, con un apprezzamento che superi questo livello, l’Italia avrebbe meno spazio per esportare a prezzi competitivi. Va evidenziato inoltre che, più del tasso di cambio nominale, è il tasso di cambio effettivo reale a costituire una misura della competitività (in termini di prezzo) dei prodotti del nostro Paese. Questo è andato deprezzandosi nel periodo post-crisi, salvo riapprezzarsi nel 2017. Inoltre, nel tempo, l’export italiano ha mostrato una buona capacità di adattamento, sia in termini di composizione dell’export (si è passati da un elevato numero di piccoli esportatori a una ricomposizione verso imprese medio-grandi), sia in termini di specializzazione settoriale (è aumentato il peso dei settori con minore esposizione alla concorrenza cinese, quali automotive, chimico-farmaceutico e alimentari). Inoltre la “qualità” è capace di spiegare, almeno in parte, la resilience dell’export italiano. Il Trade Performance Index elaborato all’International Trade Centre che considera 189 Paesi e 14 settori, rivela che l’Italia è il secondo Paese più competitivo nel commercio mondiale dopo la Germania. Un risultato non proprio da poco.

Desideri ulteriori informazioni?
Compila il modulo e ti risponderemo al più presto.
Focus On 24 gennaio 2023
L’impatto del Terziario nell’export di beni e servizi è sempre più centrale nelle dinamiche economiche internazionali. Importanti margini di crescita possono derivare da una maggiore spinta in termini di competitività e digitalizzazione, per compensare le criticità in termini di produttività, competenza e formazione e grado di apertura di molti mercati.
Varie 18 gennaio 2023
Tra gennaio e novembre le vendite all’estero di beni si sono confermate in ampio rialzo (+20,5% rispetto allo stesso periodo del 2021). L’andamento è guidato dai valori medi unitari (vmu; +20,1%), sulle spinte inflative; rimangono stabili i volumi (+0,3%).
Sasso nello stagno 28 dicembre 2022
Il trasporto aereo è tra i settori maggiormente ciclici e nel 2020 ha subito fortemente l’impatto delle restrizioni agli spostamenti necessarie per contrastare la diffusione di Covid-19. Il 2021 si è rivelato un anno di ripresa, soprattutto per il traffico merci, mentre quello passeggeri ha solo iniziato la fase di recupero, che è proseguita con maggiore vigore nel 2022 grazie al progressivo allentamento delle restrizioni, ma il pieno recupero si avrà solo nel 2024. Rischi in aumento per il settore nel 2023, in particolare legati all’aumento del costo dei carburanti con implicazioni anche sulle politiche di sostenibilità ambientale. Non sono comunque da escludere sorprese positive per il 2023: se la possibile conclusione del conflitto in Ucraina non appare imminente, gli effetti dello stop alla Zero-Covid policy in Cina non tarderanno a manifestarsi.