Sasso nello stagno 15 ottobre 2020

L’autunno caldo di Azerbaigian e Armenia: perché restare alla finestra

Il cessate il fuoco, negoziato non a caso a Mosca, tra Armenia e Azerbaigian ha attenuato le ostilità, ma non sembra aver placato gli animi. Dopo 30 anni di silenzio il conflitto tra i due paesi si è riacceso in estate con un’escalation a fine settembre, poche settimane prima dell’entrata in funzione del gasdotto che collega il Caspio all’Italia.

Il cessate il fuoco, negoziato non a caso a Mosca, tra Armenia e Azerbaigian ha attenuato le ostilità, ma non sembra aver placato gli animi. Dopo 30 anni di silenzio il conflitto tra i due paesi si è riacceso in estate con un’escalation a fine settembre, poche settimane prima dell’entrata in funzione del gasdotto che collega il Caspio all’Italia. Lungo la stessa linea Baku vende gas alla Turchia, che per la prima volta nel 2020 ha sostituito la Russia con l’Azerbaigian come primo fornitore, oltre a essere suo partner militare. Il gas, la cui produzione è più che quadruplicata in 20 anni, rappresenta la principale fonte potenziale di ricavo per il governo di Aliyev, mentre la produzione di greggio è in calo da anni. Baku è tuttora il primo fornitore di greggio dell’Italia con 81 milioni di barili nel 2019, pari a 5,6 miliardi di euro.

La produzione di idrocarburi in Azerbaigian avviene per il 90% circa nel Caspio. La criticità sta nel loro trasporto oltre confine: per scavalcare l’Armenia e mantenere costi competitivi rispetto ai vicini (Iran, Kazakistan e Russia), le infrastrutture verso ovest devono passare per la Georgia o l’Iran.

Figura 1. Giacimenti e pipeline di gas e petrolio in Azerbaigian

Mappa focus

Fonte: U.S. Energy Information Administration

Sebbene le pipeline corrano vicino al confine con l’Armenia (Fig. 1), non si sono registrati attacchi alle linee durante le precedenti escalation del conflitto, tuttavia la loro localizzazione e la strategicità regionale le rendono un obiettivo sensibile per molti. Ad oggi il conflitto coinvolge prevalentemente la regione del Nagorno-Karabakh, rivendicata da entrambi i Paesi, e l’area circostante lungo la linea di confine, ma gli effetti potrebbero essere sparsi. 

Il rischio è l’interruzione dei flussi: gli oleodotti, che trasportano non solo petrolio azero, ma anche kazako e turkmeno, e i gasdotti si trovano a 10 miglia dal confine con l’Armenia. Questi flussi ammontano “solo” al 3% delle importazioni di gas dell’Ue e soddisfano già il 4% del suo fabbisogno di petrolio, ma sono importanti in chiave-diversificazione. Un danno serio alle infrastrutture si ripercuoterebbe anche sulle compagnie internazionali attive nel settore, tra cui British Petroleum, che, insieme anche ad altri partner, vi ha investito circa $ 40 miliardi. Un’eventuale crisi coinvolgerebbe anche la Russia, che in questo momento ha già abbastanza finestre aperte sulla galassia ex-Urss (es. Bielorussia, Kirghizistan e Ucraina) e sembra più incline a mediare che a farsi coinvolgere, e la Turchia, che rimane un membro della Nato.

Mentre diversi Ministri degli Esteri europei guardano con preoccupazione all’evolversi della situazione, invocando un cessate-il-fuoco, la situazione sul terreno permane fluida rendendo difficile ogni previsione da parte degli analisti, anche a causa della pandemia e del calo di prezzo del petrolio. La capacità dell’Azerbaigian di onorare i propri impegni non risulta ad oggi compromessa. Le contingent liability di Baku, ossia le garanzie implicite dello Stato a sostegno del sistema, non sono però facilmente quantificabili (sommate al debito pubblico constano più del 55% del Pil, con percentuali più alte in caso di deprezzamento della valuta) e il fondo sovrano, che dovrebbe disporre di valuta estera in misura paragonabile al Pil azero, già nel 2016 non è stato attivato come avrebbe potuto per salvare la prima banca del Paese. Se quindi lo scenario di una lenta ricomposizione dello scontro è ancora prevalente, gli effetti negativi sul piano politico ed economico dei due Paesi, che già riservano capitoli ingenti del budget alle spese militari, potrebbero essere significativi. Occorre perciò stare alla finestra e osservare con attenzione uno scenario più ampio rispetto al Caucaso.

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