Sasso nello stagno 22 ottobre 2020

Cile: una nuova Costituzione per una nuova economia?

Il prossimo 25 ottobre i cittadini cileni saranno chiamati alle urne per un Plebiscito nazionale, il primo dal 1989; un appuntamento molto sentito e una delle principali concessioni ottenute dai manifestanti antigovernativi, che dall’ottobre 2019 hanno attuato le maggiori proteste dal ritorno del Paese alla democrazia nel marzo del 1990. Due i quesiti proposti: la volontà di mantenere inalterata l’attuale Costituzione, redatta durante la dittatura Pinochet nel 1980 e quale composizione debba avere l’organo deputato alle modifiche costituzionali.

Il prossimo 25 ottobre i cittadini cileni saranno chiamati alle urne per un Plebiscito nazionale. Due i quesiti proposti: il primo verte sulla volontà di mantenere inalterata l’attuale Costituzione, redatta durante la dittatura Pinochet nel 1980; nella seconda domanda si richiede ai cittadini quale composizione debba avere l’organo deputato alle modifiche costituzionali, se composto interamente da nuovi eletti oppure, in misura egualitaria, da nuovi eletti e da membri dell’attuale Congresso. Il Plebiscito, il primo dal 1989, è un appuntamento molto sentito ed è una delle principali concessioni ottenute dai manifestanti antigovernativi, che dall’ottobre 2019 hanno attuato le maggiori proteste dal ritorno del Paese alla democrazia nel marzo del 1990. La scintilla che ha determinato lo scoppio delle insurrezioni popolari è stato l’aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana di Santiago del 3,8%, che faceva seguito al rincaro del 2,6% di inizio 2019. Ciò però non è che la manifestazione più epidermica di un disagio profondo di molti cittadini cileni al quale la politica, senza distinzioni di schieramento, non è riuscita a dare risposte.
Nell’ultimo trentennio il Cile ha vissuto un periodo di crescita molto rapida, partendo dal quartultimo posto per Pil pro capite del Sud America, precedendo solo Perù, Bolivia e Guyana, a un incontrastato primo posto a partire dal 2010, anno suggellato dall’ingresso tra i Paesi OCSE (Fig.1). Nell’intero subcontinente il Paese andino è stato quello che ha abbracciato con più forza il modello neoliberale, soprattutto in settori quali sanità, istruzione e pensioni. La maggiore ricchezza è stata tuttavia distribuita solo in parte e ancora oggi la concentrazione dei redditi resta molto elevata: il 10% più ricco ha visto la sua quota ridursi fino al 2005 ma in seguito il calo è stato più limitato, mentre la quota di reddito del 40% più povero è cresciuta a ritmi contenuti durante l’ultimo trentennio e rappresenta ancora solo un quarto del totale. 

Fig.1 Pil pro capite (in PPP in USD a valori correnti) e indicatori di disuguaglianza (quote di reddito)

              Graph Cile

Fonte: elaborazioni SACE su dati Banca Mondiale

 

Può la riforma costituzionale accelerare il cambiamento? L’aumento delle tutele formali a favore dei cittadini potrebbe tradursi in una diversa impostazione delle politiche economiche, di cui già alcuni hanno avvertito i primi segnali nel necessario abbandono dell’austerità fiscale per contrastare la pandemia in atto. Il percorso rimane però lungo e le elezioni presidenziali di novembre 2021 diranno molto sulla direzione che il Cile intraprenderà in questo decennio. A prescindere dall’incertezza politica il Paese andino, seconda destinazione in Sud America per il nostro export (quasi € 1,1 mld nel 2019, +4,5% sull’anno precedente), resta un mercato molto attraente, sia per il Made in Italy delle tre “A”, grazie alle fasce più ricche di popolazione dai gusti sempre più sofisticati, sia per settori in ascesa. Un esempio è il settore ICT, che è cresciuto molto negli ultimi anni facendo del Cile l’hub tecnologico dell’America Latina.

 
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