Sasso nello stagno 02 maggio 2023

Lo spettro della guerra civile sul Sudan: quali conseguenze per l’export italiano?

Gli scontri armati che, a partire dal 15 aprile, sono scoppiati a Khartoum per poi diffondersi al resto del Sudan minacciano di gettare in una fase di protratta instabilità il terzo Paese più vasto dell’Africa. La crisi in Sudan rischia di avere conseguenze ben più ampie, intrecciandosi a motivi geopolitici e minacciando spillover rilevanti in un Sahel già provato da una nuova ondata di colpi di Stato e conflitti su risorse che, complice la desertificazione che avanza e gli eventi climatici estremi più frequenti, si fanno sempre più scarse.

Gli scontri armati che, a partire dal 15 aprile, sono scoppiati a Khartoum per poi diffondersi al resto del Sudan minacciano di gettare in una fase di protratta instabilità il terzo Paese più vasto dell’Africa. Le violenze che stanno sconvolgendo il Sudan sono l’inevitabile sviluppo, in un quadro politico lacerato dalle tensioni tra le forze armate (SAF, comandate dal generale al-Burhan) e le forze di supporto rapido (RSF, guidate dal generale Hemedti), organizzazione paramilitare creata dall’ex presidente al-Bashir per reprimere le rivolte in Darfur e presto diventata una forza militare parallela all’esercito regolare.

Il percorso intrapreso dal Sudan all’indomani del colpo di Stato che aveva deposto Omar al-Bashir nel 2019 si è presto rivelato un braccio di ferro tra la componente civile del governo di transizione e quella militare, e tra le fazioni dell’esercito. A farne le spese era stato il primo ministro Hamdok, il cui arresto nell’ottobre 2021 aveva interrotto i progressi per la riorganizzazione dello Stato sudanese. L’eliminazione del Sudan dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, la cancellazione del debito nell’ambito dell’iniziativa HIPC, l’assistenza del Fondo Monetario Internazionale e delle altre istituzioni finanziarie internazionali, avevano gettato le basi per la riapertura dei flussi finanziari e rinnovato le aspettative per una fase di sviluppo di un Paese importante per gli equilibri geopolitici dell’Africa orientale. Una riorganizzazione profonda, che minacciava i privilegi e le rendite radicate in un trentennio di autocrazia, in particolare nei settori cardine dell’economia (tra cui l’oro e i proventi legati allo sfruttamento dell’oleodotto che collega i giacimenti in Sud Sudan a Port Sudan).

La guerra civile ha messo fine a una complessa convivenza tra le SAF e le RSF, vanificando i negoziati che si protraevano dallo scorso dicembre, a seguito della firma di un accordo quadro per una transizione democratica di due anni tra la giunta militare e i partiti politici. Oggetto del contendere è l’integrazione delle RSF nelle SAF – da concludersi in due anni per al-Burhan; in dieci anni e preservando l’indipendenza delle RSF per Hemedti. Dopo due settimane di scontri e quasi 500 vittime, le parti hanno concordato un cessate il fuoco che non ha disinnescato i timori di una lunga guerra civile.

La crisi in Sudan rischia di avere conseguenze ben più ampie, intrecciandosi a motivi geopolitici e minacciando spillover rilevanti in un Sahel già provato da una nuova ondata di colpi di Stato e conflitti su risorse che, complice la desertificazione che avanza e gli eventi climatici estremi più frequenti, si fanno sempre più scarse. Il Ciad ha denunciato il ruolo della Russia in Sudan tramite Wagner, già attiva in diversi Paesi dell’area (dal Mali alla Repubblica Centrafricana), temendo l’ingerenza del Cremlino a supporto dei ribelli della minoranza araba. Il Sud Sudan, la cui economia dipende quasi interamente dal petrolio che transita per il Sudan, teme i probabili attacchi delle RSF all’infrastruttura, che priverebbero le SAF di un gettito vitale per garantire l’unità dell’esercito. Egitto ed Etiopia, avversarie sul fronte della diga GERD e formalmente a supporto di al-Burhan, guardano al conflitto sudanese in un panorama di fragili equilibri con i Paesi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, vicini a Hemedti e da cui entrambi i Paesi traggono una cospicua parte degli aiuti finanziari necessari a scongiurare una crisi debitoria che avrebbe profonde conseguenze.

Il pluridecennale stato di insolvenza del Sudan, che si protrae dalla fine degli anni ’70 e riguarda oltre $50 miliardi di debito estero sovrano, ha contribuito a limitare fortemente le potenzialità del Paese est-africano per l’export italiano. In costante calo rispetto al picco precedente alla secessione del Sud Sudan nel 2011, le esportazioni dall’Italia, in gran parte legate ai beni di investimento (es. meccanica strumentale al settore Oil&Gas) sono state limitate a $101 milioni nel corso del 2022 (Fig. 1).  Gli spillover a cui si è accennato rischiano tuttavia di comportare conseguenze non trascurabili per il Made in Italy nei Paesi confinanti e più vulnerabili all’instabilità in Sudan. La minaccia alle infrastrutture petrolifere posta dalle RSF metterebbe inoltre a repentaglio un flusso di importazioni (in gran parte greggio ri-esportato dal Sud Sudan, ma anche oro e altri minerali) rilevante, che nel 2022 ha conosciuto un’impennata a oltre €430 milioni

Fig. 1 – Interscambio tra Italia e Sudan, per raggruppamento settoriale: export (sinistra) e import (destra)

 SACE Sudan Italia interscambio
Fonte: Istat.

 

    

 

 

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