Nonostante i segnali di normalizzazione e di ripresa delle attività produttive, la cautela è d’obbligo in tutti i Paesi nordafricani. In Tunisia le prime consultazioni dalla caduta del regime di Ben Ali hanno visto la vittoria del partito islamico moderato Al-Nahda che ha rassicurato gli investitori sull’impegno al libero mercato. Tuttavia la prudenza è d’obbligo: in seguito alla comunicazione dei risultati elettorali si sono verificati nuovi violenti scontri di piazza per protestare contro la cancellazione delle liste del partito Petition Populaire in sei circoscrizioni, a causa della presenza di candidati dell'Rcd, il partito dell'ex presidente Ben Alì.
In Egitto la situazione politica si presenta estremamente fluida dopo la violenta repressione, a Piazza Tahir, delle proteste contro il nuovo governo a pochi giorni dalle elezioni. Nonostante le condanne pervenute da tutti i partiti politici, il Consiglio supremo delle forze armate ha confermato la data delle consultazioni elettorali per il prossimo 28 novembre.
Anche in Marocco, la situazione è ancora incerta. E' in corso la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 novembre, i cui pronostici vedono in vantaggio il partito islamico moderato. Le tensioni regionali hanno accelerato il processo di riforma politica senza intaccare per il momento la centralità del ruolo del sovrano, mentre il malcontento sociale continua a essere alimentato da povertà diffusa e aumento della disoccupazione.
Per le imprese che operano in questi mercati, è innegabile che l’instabilità stia avendo ripercussioni sulle tempistiche dei lavori e dei pagamenti, senza contare i disagi derivanti dai danneggiamenti ad alcune forniture. Nel breve termine è inoltre verosimile attendersi un aumento squilibri fiscali e di criticità legate ad espropri, mancato di trasferimento valutario e violenza politica. In Egitto, l’elevata instabilità dello scenario politico non permette di fare previsioni in merito alla decisione del governo militare di accettare il prestito da 3,2 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale, rifiutato lo scorso luglio.
Lo scenario rimane particolarmente incerto in Libia dopo la morte di Gheddafi, la caduta di Sirte e la fine della missione Nato. Il Consiglio Nazionale Transitorio (CNT) guidato da Al-Qeeb, dovrà ora organizzare le elezioni e adottare un nuovo testo costituzionale ma divisioni interne al Comitato potrebbero rallentare il processo di stabilizzazione del paese. Nonostante il riconoscimento internazionale, il CNT non dispone ancora di pieni poteri di governo e di una struttura amministrativa adeguata. L’attività del governo ad interim è focalizzata sul mantenimento del controllo sull’intero territorio nazionale e sulla gestione dell’emergenza umanitaria connessa alla crisi civile. Nel medio termine, la capacità dell’esecutivo di implementare le proprie decisioni, formulare budget e allocare i fondi potrebbe essere pregiudicata dall’assenza di strutture adeguate.
In Siria i rischi sono ancora molto elevati. L’Ue ha esteso le sanzioni alla Commercial Bank of Syria (CBS) nel tentativo di privare il regime di Assad delle risorse finanziarie utilizzate per la repressione. Nonostante le pressioni diplomatiche di tutta la comunità internazionale, l’escalation delle violenze da parte delle forze armate del regime è sfociata in un attacco alle ambasciate straniere a Damasco e alla città di Homs. Inoltre, il mancato raggiungimento di un accordo con la Lega Araba sul cessate il fuoco ha portato alla sospensione del Paese dalla membership dell’organizzazione.
Anche in questo caso come per il Nord Africa, sono in forte aumento i rischi politici, intesi non solo nell’accezione base di “rischio CEN” (confisca, esproprio, nazionalizzazione) ma anche come rischio di “violenza politica” tout court. In questo contesto è naturale attendersi sensibili ripercussioni anche sulle tempistiche dei lavori e dei pagamenti.
Le violenze hanno comportato una riduzione delle prospettive di crescita e una battuta di arresto per le riforme e le liberalizzazioni avviate negli ultimi anni (in particolare nei settori bancario, elettrico e telecomunicazioni). Sebbene ad oggi non si siano registrate cancellazioni di progetti di maggiore rilevanza, alcuni investitori hanno interrotto la loro attività nel Paese, spostandosi verso mercati limitrofi ritenuti più sicuri, come la Giordania.
I rischi ci sono. Il Libano ha un assetto politico piuttosto fragile peraltro sempre più influenzato da un orientamento filo-siriano. In Giordania i tentativi di riforma politica ed economica necessari per ridurre le tensioni (e il rischio di contagio) sono ostacolati dalla debole posizione fiscale, dalla limitata partecipazione delle minoranze alla vita politica e dalla sostanziale instabilità delle compagini governative. La recente nomina del nuovo primo ministro da parte del re pone le premesse per una maggiore collaborazione tra maggioranza e opposizione. Un problema concreto potrebbe essere rappresentato dai flussi di rifugiati al confine con la Siria.
Il Bahrein rimane il paese più vulnerabile dell’area del Golfo sia dal punto di vista economico-finanziario che politico e le tensioni sono ancora lontano dal rientrare. Continua la repressione militare violenta delle proteste tese a ottenere riforme politiche, situazione che sta portando a una “istituzionalizzazione dell’instabilità nell’isola, in cui le divisioni settarie e religiose determinano sempre di più la vita e la politica del paese.
Le proteste hanno già avuto un costo pari a 2 miliardi di dollari (9% del PIL), con una contrazione del turismo e del settore real estate rispettivamente del -18,5% e -3% su base annua. Il numero di turisti è crollato del -27% solo nei primi quattro mesi dell’anno e si prevede rimarrà basso nel resto del 2011. In un paese in cui le riserve di oil sono in progressivo esaurimento e il margine fiscale per adottare misure sociali si sta gradualmente riducendo l’instabilità politica e sociale contribuisce ad aggravare il deflusso di investimenti e le performance del settore bancario, le cui banche, secondo S&P’s sono le più rischiose della regione a causa della significativa esposizione nel settore real estate.
La scorsa primavera SACE ha rivisto al ribasso il risk rating del paese da M1 a M2 con outlook negativo, in quanto ritiene che non ci siano le condizioni per il superamento dell’attuale stato di conflittualità, pertanto rimane un paese sotto stretto monitoraggio.
Solo in parte. SACE continua ad assistere i propri assicurati nell’area. Ovviamente ha rafforzato il monitoraggio, ma non ha “chiuso” le porte alle imprese che intendono operare in questi paesi. Ha mantenuto invariate le proprie condizioni di assicurabilità, pur con un approccio prudenziale che implica un’attenta valutazione delle singole nuove operazioni caso per caso.
Per consentire una più approfondita valutazione delle nuove operazioni è stata temporaneamente sospesa la possibilità di richiedere coperture assicurative verso questi paesi attraverso la piattaforma online “Export Plus”. Ogni richiesta dovrà essere inoltrata alla sede territoriale di SACE più vicina.
SACE ha inoltre mantenuto invariato il risk rating di Egitto (M2) e Tunisia (M1), ma ha rivisto l’outlook da “stabile” a “negativo”. Per il Marocco ha mantenuto un livello di rischio pari a M1 e outlook stabile. Ha invece operato due successivi downgrade della Libia (da M3 a H3) e della Siria da H1 a H3, entrambi con outlook negativo.
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